Sfratto

Un giorno di maggio


L’edificio dove Mohammed vive con la sua famiglia è un palazzone grigio di nove piani con una scritta nera di fianco al portone, Aler ladri. Dalla facciata spuntano balconi pieni di crepe e, a tratti, macchie di muffa e umidità. Dalle finestre di un appartamento al piano terra esce odore di cibo, il rumore della cappa copre quello delle cipolle che sfregolano sul fuoco. Si sentono due cani abbaiare dall’interno del palazzo.

Oltre il portone, il cortile. In un angolo un divano abbandonato, ricoperto da un tessuto blu bucato da cui esce la vecchia spugna gialla, i cassonetti dell’immondizia e due bici con le gomme sgonfie appoggiate al muro. Sulle scale sono seduti due ragazzi che stanno aspettando un amico, non si riescono a vedere le loro facce illuminate dalla luce che entra dal vetro opaco della finestra. Dietro di loro si sta formando una pozzanghera perché l’acqua cola dal soffitto e l’intonaco bianco si scrosta sempre di più, lasciando intravedere il vecchio grigio.

Case popolari

Su fino al quinto piano, la casa di Mohammed si affaccia sul cortile interno. Anche in casa sua spesso piove e all’ingresso c’è una bacinella verde per raccogliere l’acqua. Ogni sera prima di andare a dormire la svuota nel water ma puntualmente ogni mattina è di nuovo piena. Apre la finestra per fare entrare un po’ di luce nella cucina buia e fissa la tenda rossa con una cordicella a lato della porta-finestra. Fuori sul balcone ci sono alcune piantine di cui si prende cura suo figlio, ma che in quel momento sono coperte da una marea di panni stesi ad asciugare. Sono due giorni che sua moglie continua a fare lavatrici, non sapendo quando ne avrà un’altra a disposizione. Una delle sue magliette a maniche lunghe è asciutta, così la prende per indossarla quel giorno. Fa ancora freddo la mattina. Incrocia lo sguardo duro della sua vicina affacciata alla finestra. Lo odia, o meglio odia tutta la sua famiglia perché una casa a loro non dovrebbe spettare dato che non sono italiani. La donna riserva lo stesso sguardo al ragazzo che abita sotto di lui, che al balcone ha appeso uno striscione, la casa è un diritto per tutti. Rientra dentro, appena in tempo per salutare la moglie che esce per accompagnare Farid a scuola.

Sono passati due anni da quando si sono trasferiti e ancora non è riuscito ad abituarsi all’odore del caffè che si sente la mattina, in questo cortile dove passa poca aria e gli odori dalle case dei vicini si sentono forti. Mangia un boccone in piedi davanti al frigorifero. Pensa a quello che dovrà concludere quel giorno, impacchettare gli ultimi vestiti e chiudere gli scatoloni rimasti. Il resto dei loro bagagli si trova in un box a Pioltello, dove resteranno finché non troveranno una nuova sistemazione. Il che ovviamente è tutto a vedersi.

Nell’altra stanza suo figlio è seduto per terra mentre cerca di arrotolare il tappeto, il divano letto è ancora aperto e in sottofondo si sente la televisione accesa. Ali ha 22 anni e quando è arrivato in Italia è stato riconosciuto invalido, per questo non lavora e si limita ad aiutare la madre in casa o a fare qualche pulizia. Ha la testa rotonda e i capelli tagliati molto corti, da cui spuntano le orecchie a sventola. Indossa una camicia rossa ma sotto ha ancora i pantaloni del pigiama. Mohammed si siede di fianco a lui per aiutarlo, e quando finiscono di chiudere anche l’ultima scatola, si guarda intorno. Le pareti spoglie risaltano ancora di più lo squallore e la sporcizia dei muri. Così vuoti e grigi, com’erano il giorno in cui due anni fa sono entrati per la prima volta in questa casa.

All’ora di pranzo Sadia li chiama in tavola. Tornando a casa è passata dal mercato comunale e ha acquistato del pesce da friggere insieme al riso. È il loro piatto preferito, ma che non si abituino, l’ha comprato solo perché è un’occasione speciale, l’ultimo pranzo in questa casa. Si siedono a mangiare in silenzio, interrotti dalle domande di Ali su quello che succederà il giorno dopo. Purtroppo neanche loro lo sanno e non possono rispondergli. L’unica certezza è che domani mattina alle dieci ritornerà l’avvocato insieme all’ufficiale giudiziario e forse il padrone di casa. Mohammed ne è certo, questa volta lo sfratto non verrà rimandato.

Sfratto in ascensore

È normale che sia preoccupato. Questa casa gliel’aveva fornita il suo datore di lavoro, due anni prima, a un prezzo agevolato. Da qualche mese, però, la società per cui faceva le pulizie ha ridotto il suo stipendio e non è più riuscito a pagare l’affitto con la stessa regolarità di prima. Sadia ha dei gravi problemi di salute, alla schiena e allo stomaco, che le impediscono di lavorare con costanza. Così quando lui è stato costretto a licenziarsi perché lo stipendio era diventato troppo basso, la proprietà ha avviato lo sfratto. Ha iniziato a cercare un nuovo lavoro e una sistemazione per la sua famiglia, ma non ha ancora trovato nulla se non un alloggio temporaneo in cui potranno restare qualche settimana.

Teme che l’indomani si presenti anche la polizia. La famiglia egiziana che abita all’ultimo piano gli ha raccontato di uno sfratto avvenuto nel loro palazzo qualche anno fa finito male. Si immagina già lo sguardo compiaciuto della vicina che li osserva dalla finestra mentre se ne vanno via, in fila indiana, con i bagagli, scortati via dalla loro stessa casa, come criminali. Ma ciò che lo preoccupa più di tutto è che non sa come farà a trovare un posto per la sua famiglia. I tempi per l’assegnazione e la consegna di un nuovo alloggio sono lunghi, servono circa nove mesi. Cosa faranno per tutto questo tempo? Una volta che avranno usufruito dell’ospitalità di tutti gli amici e conoscenti, dovranno dormire per strada?

Verso le quattro esce di casa. È una settimana che non ha più il lavoro e ne ha sempre approfittato per andare a prendere suo figlio a scuola. Farid fa la quinta elementare e per fortuna non si rende totalmente conto di quello che sta succedendo. In qualche modo Sadia è riuscita a fargli credere che tutto questo sia divertente, un gioco, e il “trasloco” è diventato il suo argomento preferito. Quel giorno però ha realizzato che non potrà più vedere i suoi compagni di classe perché l’anno scolastico è quasi finito e lui non andrà alla medie del quartiere. Il bambino cammina velocemente verso casa, stringendo forte la mano al padre. Davanti al portone si ferma a salutare un altro ragazzino. Mohammed sentendolo parlare sorride, non si era reso conto che parlasse l’italiano meglio di tutti loro.

Gli altri abitanti del palazzo non sono in una situazione migliore. Alla famiglia del nono piano, quella con tre bambini piccoli, lo sfratto è stato rimandato a settembre, ma comunque non hanno un altro posto in cui andare. Alcuni pagano l’affitto in nero a cifre assurde pur di avere una casa, anche se minuscola, e comunque vengono denunciati dal padrone di casa e mandati via. Altri appartamenti sono abitati da giovani o famiglie, che, dopo aver aspettato mesi e mesi che le loro domande per un alloggio venissero accolte, hanno occupato. Mohammed pensa ai due signori peruviani del primo piano: anche se non sono una coppia vivono insieme per condividere le spese. Lui lava i piatti in un ristorante, ormai ha 68 anni e non pensa riuscirà a lavorare ancora per molto. Lei è da poco disoccupata, ogni soldo che mette da parte lo manda ai figli in Perù. Temono ogni giorno di subire lo sfratto per i ritardi nel pagamento dell’affitto. Ma il senso di frustrazione aumenta ancora di più quando Mohammed pensa agli appartamenti del quarto piano, occupati e sgomberati poco prima che loro si trasferissero lì. Murati per impedire altre occupazioni, rimangono vuoti e inutilizzati.

Alle 22.00 la casa è avvolta nel silenzio. Dopo una cena veloce, Sadia ha pulito la cucina mentre lui e i figli sono rimasti seduti a tavola. Non c’era molta allegria nell’aria e i ragazzi sono subito andati a letto. Poco dopo li ha raggiunti anche lui, sospettando che la moglie volesse rimanere qualche attimo da sola. Si è sdraiato sul letto aspettando che lei lo raggiungesse, cercando di non pensare all’indomani, o meglio, a quello che sarebbe successo dopo l’indomani. Non solo l’umiliazione, ma anche l’incertezza, la precarietà, la consapevolezza di non poter dare ai suoi figli il futuro che si era promesso di donargli. Per quanto sia stanco, gli occhi non accennano a chiudersi. Fermo, resta lì a immaginare ogni possibile scenario, ma niente sembra promettente. Solo quando sente la moglie sdraiarsi affianco a lui, gira la testa sul cuscino e si addormenta.

Sfratto e vestiti

Martina Cangialosi

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2 Replies to “Un giorno di maggio”

  1. Buongiorno. Grazie per il vostro impegno per rendere visibile la “Milano invisibile”
    Complimenti anche a Martina Cangialosi per il suo articolo – racconto, molto efficace.
    Buon lavoro a voi tutti.
    Lia D’amico

  2. Bel racconto, nitido, che fa subito immaginare le scene e le situazioni che troppe famiglie oggi vivono in Italia e soprattutto nelle grandi città come Milano.

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