L’inferno silenzioso: abuso di psicofarmaci nei CPR in Italia


Nel contesto dei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) in Italia, un tema spesso trascurato e tabù è l’abuso di psicofarmaci. In questo articolo, approfondiamo la difficile realtà in cui migranti vengono sottoposti a una somministrazione indiscriminata di farmaci psicotropi, evidenziando le gravi conseguenze sulla salute fisica e mentale dei detenuti. Continua così la nostra rassegna per denunciare gli abusi che accadono dentro i CPR in Italia. Nel primo articolo abbiamo parlato della percezione di non umanità che avvolge i migranti: da secoli e non solo dentro i CPR, queste persone mutano agli occhi eurocentrici e diventano animali, bestie.

Cosa sono i CPR?

I CPR sono luoghi in cui cittadini stranieri vengono trattenuti in attesa di essere espulsi dal nostro Paese. Secondo la legge, le persone dovrebbero permanere all’interno di queste strutture solo il tempo strettamente necessario per completare la procedura di espulsione, e comunque non oltre 18 mesi. All’interno dei centri le persone devono essere trattenute con modalità tali da assicurare l’assistenza necessaria e il pieno rispetto della dignità umana. Tuttavia, come vedremo, queste condizioni spesso non vengono soddisfatte. 

La gestione dei CPR in Italia

Lo Stato delega la gestione dei CPR a enti privati attraverso dei bandi indetti dalla prefettura. L’assegnazione dei bandi segue il criterio “dell’offerta economicamente più vantaggiosa: questo significa che vince l’appalto l’azienda che dichiara di poter offrire il servizio migliore al prezzo più basso.  Chiaramente, però, questo sistema genera una dinamica in cui i gestori dei CPR cercano di economizzare su ogni fronte, dal personale ai servizi offerti, per massimizzare i propri profitti. Associazioni e politici che hanno avuto la possibilità di visitare dei CPR hanno documentato il mancato rispetto dei requisiti previsti dai bandi che porta i migranti a vivere in condizioni di estremo degrado e a subire sistematiche violazioni dei diritti umani

L’inferno silenzioso all’interno dei CPR

I CPR sono luoghi alienanti in cui viene preclusa alle persone ogni forma di interazione sociale e qualsiasi contatto con il mondo esterno. Inoltre, le condizioni igieniche, il livello di assistenza e delle cure spesso si collocano al di sotto di qualsiasi standard accettabile. Sebbene ufficialmente non vi siano situazioni di sovraffolamento rispetto alla capienza massima dei centri, è frequente che le singole stanze risultino sovraffollate a causa della presenza di ambienti inagibili. Questi spazi sono vere e proprie celle: piccole, spoglie e sporche, non tengono minimamente conto delle necessità fondamentali dell’individuo. Mancano strutture e servizi di base; basti pensare che, a differenza del carcere, non è possibile per i trattenuti all’interno dei CPR possedere fornelletti per cucinare o scaldare un pasto, il quale è spesso scaduto o contaminato da vermi e muffe

I migranti vengono frequentemente privati delle informazioni essenziali riguardanti i loro diritti e la possibilità di difendersi legalmente per richiedere il rilascio dai CPR. Questo è dovuto non solo da una mancanza di comunicazione da parte dei gestori del centro e delle forze dell’ordine, ma anche dalla confisca dei telefoni dei detenuti, non prevista da alcuna normativa. Tale pratica illegale è stata condannata dal Tribunale di Milano con una sentenza emessa nel marzo del 2021.

persona nel cpr

Tuttavia, ciò ha portato solamente il CPR del capoluogo lombardo a interrompere la confisca dei telefoni che invece continua negli altri centri. Sebbene in alcuni CPR siano presenti telefoni fissi, questi sono inaccessibili dal momento che il loro utilizzo è soggetto a pagamento. Il pocket money dei trattenuti, infatti, ammonta a soli 5 euro ogni due giorni, con cui devono acquistare ogni tipo di bene: da snack da consumare tra un pasto e l’altro a eventuali sigarette.

Fumare è spesso l’unico “svago” concesso oltre a una partita di pallone dato che, secondo alcune testimonianze, a volte persino la lettura è vietata. Chandika Rajapaskha, un trattenuto all’interno del CPR di Milano, a seguito di una condanna di tre anni e tre mesi a San Vittore, commenta: “In carcere potevo lavorare, imparare e guadagnare. Qui no. Non ci sono attività di nessun tipo. Meglio del carcere ma solo perché so che presto uscirò”

Uno sguardo all’interno dei CPR

La confisca dei telefoni non causa solo un’interruzione dei rapporti con i propri cari, ma fa sì che informazioni e testimonianze escano difficilmente dalle mura dei CPR. In particolare, molto poco si conosce sulla condizione di salute dei detenuti. Il report Delle pene senza delitti – un anno dopo, realizzato nel maggio 2022 dal senatore Gregorio De Falco, mette in luce la difficoltà nell’accedere ai diari clinici dei trattenuti, dove sono annotati giornalmente dati relativi ai farmaci somministrati, malesseri ed eventuali episodi di autolesionismo. Il poco materiale disponibile rivela una situazione drammatica, sia per quanto riguarda la salute fisica sia per quella mentale

Basti pensare alla storia di B.O., raccontata nel nuovo report del Naga in collaborazione con la rete Mai più Lager – No ai CPR. Fin dall’ingresso nel CPR B.O. mostra cicatrici per autolesionismo, gli vengono dunque somministrati diversi psicofarmaci perché “vuole stordirsi… e minaccia il suicidio”. E infatti B.O. viene inviato in Pronto Soccorso: mentre il diario clinico del CPR parla di una contusione a un dito, il verbale dell’ospedale registra un tentativo di impiccagione. 

Mancanza di informazioni sulla salute fisica e mentale

Nel CPR di via Corelli a Milano, ad esempio, mancano valutazioni specialistiche sia all’interno che all’esterno delle strutture per i principali problemi di salute riscontrati. È direttamente l’ente gestore che si occupa di assumere il personale, il quale spesso si dimostra assente nella gestione dei problemi di salute dei trattenuti. Quando vengono lamentati malesseri acuti, questi vengono curati con antidolorifici o farmaci non specifici, a cui non seguono visite o controlli per approfondire e monitorare il problema.

La situazione peggiora decisamente quando si guarda alla salute mentale. Casi di tossicodipendenza, autolesionismo e tentato suicidio sono frequenti in Via Corelli. Non è un caso che la struttura venga definita da molti “l’ultimo manicomio”, un luogo ad alta carica virale in cui anche i pochi che arrivano in condizioni stabili, presto peggiorano e cadono preda dell’ansia, della depressione e dell’isolamento.

L’abuso di psicofarmaci nei CPR

L’irrequietezza, provocata dall’assenza di attività, e il malessere psichico così diffusi hanno agli occhi dell’ente gestore una semplice e immediata soluzione, che è anche la più economica: gli psicofarmaci. Un uso, o meglio abuso, indiscriminato di farmaci ansiolitici e ipnotico-sedativi. Nicola Cocco, medico ed esperto di detenzione amministrativa, ha annotato nel report Delle pene senza delitti – un anno dopo la presenza nell’infermeria del CPR di Milano di una tabella affissa al muro con i dosaggi massimi consentiti di questi farmaci, prova del loro frequente utilizzo. 

In un contesto come questo, in cui le condizioni di vita sono degradanti e le possibilità di svago quasi nulle, gli psicofarmaci sono utilizzati per sedare e controllare le persone detenute, e non per una vera presa in carico degli individui, che spesso hanno vissuto esperienze traumatiche. Un’ex infermiera racconta così a Milano Today: Avevamo anche medicinali in fiale che venivano somministrati in caso di agitazione particolare di un ragazzo trattenuto: veniva portato in infermeria a forza e il medico gli somministrava il tranquillante anche oltre la dose consigliata. Chi è entrato in Via Corelli, descrive un luogo popolato da uomini che sembrano zombie, disorientati dagli psicofarmaci e neanche più in grado di fare un discorso.
L’abuso di psicofarmaci è stato confermato dal report di Altreconomia del 2022, il quale ha confrontato i dati sulla spesa in farmaci effettuata dagli enti gestori delle strutture.

incidenza degli psicofarmaci sul totale della spesa per i medicinali. L'abuso di psicofarmaci nei CPR in Italia.

Fonte: Altraeconomia, 2023

Sempre dal report, emerge come il CPR di Milano sia quello con una spesa maggiore in psicofarmaci: in cinque mesi ha acquistato antiepilettici, antipsicotici e antidepressivi per un totale di 4.919 euro. Il farmaco più acquistato è il Rivotril (196 scatole), un farmaco che nasce come antiepilettico, ma viene utilizzato anche come sedativo e può creare una fortissima dipendenza se non assunto correttamente. Richiederebbe una prescrizione se usato per curare l’epilessia, ma le visite psichiatriche effettuate da ottobre 2021 a dicembre 2022 sono solo otto. Altrimenti, potrebbe essere usato come sedativo dopo il consenso informato del paziente, ma un ex-operatore intervistato da Altreconomia nega che ciò sia mai avvenuto.

Conclusione: impatto a lungo termine e criticità del sistema

L’acquisto e la somministrazione di psicofarmaci risultano ancora più problematici nel momento in cui la procedura d’ingresso nei CPR prevede una visita medica che mira a valutare lo stato di salute e rilevare patologie che non possono ricevere le cure adeguate in comunità ristrette, come i disturbi psichiatrici. Un controsenso se si guarda all’altissima spesa per farmaci antipsicotici.

Dal report del Naga, è emerso che in realtà queste visite si limitano a essere brevi colloqui di accertamento, in luoghi non adatti a eseguire eventuali esami diagnostici strumentali, il tutto sotto la supervisione degli agenti di Polizia. Infine, alla persona viene attribuito un numero, che da quel momento è utilizzato nel CPR al posto del nome, dando inizio a un processo di deumanizzazione. 

Alla fine del periodo di detenzione, un migrante su due lascia i CPR perché il rimpatrio non è stato possibile o perché il giudice non ha convalidato la detenzione. Queste persone escono in condizioni di maggiore vulnerabilità rispetto al momento del loro ingresso, spesso a causa dello sviluppo di patologie o tossicodipendenze dovute all’abuso di psicofarmaci. In pratica, in un caso su due, i CPR non risolvono minimamente i problemi legati all’immigrazione irregolare, ma contribuiscono semplicemente ad aggravare le condizioni di persone che già si trovano a vivere ai margini della nostra società. 

 

Articolo scritto da: Francesca Baronchelli e Martina Cangialosi

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