Educazione Sessuale e Affettiva a Milano: Una Panoramica e Uno Sguardo Critico

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Educazione Sessuale e Affettiva a Milano:

Affinché le persone più giovani crescano in modo consapevole sul piano delle competenze relazionali ed emotive, l’educazione sessuale e affettiva offre un supporto significativo associato alla prevenzione di comportamenti a rischio, potenzialmente dannosi per sé e per gli altri. Nel panorama italiano attuale, in cui la violenza di genere si mostra parte di una realtà strutturale, un largo segmento della società (secondo Coop-Nomisma 2025, ben il 70% degli italiani) riconosce nell’educazione sessuale e affettiva a scuola un forte potenziale per creare una cultura collettiva di parità, rispetto e consenso. 

In questo contesto, anche la città di Milano si trova oggi ad affrontare la sfida di implementare programmi educativi efficaci in questo ambito, in uno Stato in cui manca ancora un obbligo curricolare in tutti gli ordini di scuola. Dunque, ci siamo chiesti, che cosa sta succedendo nella nostra città in tal senso e cosa si potrebbe migliorare? 

Nel seguente articolo vogliamo restituire una breve panoramica critica dell’esperienza locale milanese relativa all’educazione affettiva e sessuale nell’ambiente scolastico di secondo grado e universitario. A ciò è inoltre associato uno sguardo su come le diverse istituzioni possano collaborare per intervenire positivamente per promuovere questa materia e contribuire alla prevenzione della violenza di genere, per il nostro presente e per il nostro futuro. 

Dati sulla violenza di genere: Italia e Lombardia

Numerosi studi evidenziano un legame diretto tra educazione sessuale (soprattutto se integrata con aspetti affettivi e di genere) e la riduzione di comportamenti violenti nella stessa sfera (Unesco 2025, OMS 2023). L’educazione sessuo-affettiva, infatti, non si limita alla biologia della riproduzione, ma affronta temi come il rispetto dei confini personali, il riconoscimento delle emozioni proprie e altrui, la decostruzione degli stereotipi di genere, la gestione nonviolenta dei conflitti interpersonali e la valorizzazione del consenso, avendo come obiettivo chiave la promozione di relazioni rispettose e sane. Ed è proprio su questo fronte che resta ancora molto lavoro da fare.

In Italia, Save the Children, in collaborazione con Ipsos, ha elaborato il dossier “L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?” (2025) che offre una fotografia articolata dei livelli di consapevolezza di adolescenti e genitori su sessualità, affettività e salute. Pur registrando alcuni segnali di progresso nel confronto intergenerazionale, la ricerca mette in luce criticità persistenti: un accesso limitato e disomogeneo ai servizi sanitari e la perdurante diffusione di stereotipi e disinformazione, in particolare negli spazi digitali.

In aggiunta a ciò, secondo il report “I giovani e la violenza di genere. Dall’analisi dei dati alla percezione del fenomeno da parte delle giovani generazioni” condotto nel 2024 dal Servizio analisi criminale, circa un terzo degli adolescenti (33%) riferiscono di vivere relazioni di coppia caratterizzate da comportamenti possessivi da parte del partner. Il controllo sulla vita dell’altro assume forme diverse: il 66% delle ragazze che vivono relazioni possessive riferisce che il partner maschile fa pressioni su come si vestono o vieta certi abiti. Specularmente, il 21% dei ragazzi in queste relazioni, dice che la partner gli impedisce di frequentare alcune persone. Inoltre, 1 giovane su 5 ha sperimentato quella che definisce una “relazione tossica”: ad esempio, molti raccontano episodi di controllo ossessivo dello smartphone, lettura di messaggi e gelosia patologica. Colpisce anche la differenza di percezione di questi comportamenti tra generi: la consultazione citata rivela che le ragazze riconoscono la violenza del controllo in misura tripla rispetto ai coetanei maschi, possibile segno che i ragazzi adottino più spesso questi atteggiamenti o che li normalizzino impedendo loro di identificarli anche quando li vivono in prima persona.

La Lombardia dispone di 54 Centri Antiviolenza/antitratta e 125 consultori pubblici distribuiti sul territorio regionale (18 solo nell’area metropolitana di Milano). Nel resto del Paese, questa dotazione risulta ancora insufficiente rispetto al fabbisogno (1 consultorio ogni 35.000 abitanti contro l’1 ogni 20.000 raccomandato). Tuttavia, dal punto di vista epidemiologico, la città metropolitana di Milano rappresenta uno dei territori con maggiore incidenza di violenza di genere in Italia, in parte a causa dell’elevata popolazione. Secondo il rapporto “Le Invisibili” curato da Polis Lombardia (2024), quasi la metà (circa 50%) di tutte le chiamate al numero nazionale antiviolenza 1522 provenienti dalla Lombardia ha origine nell’area di Milano e hinterland. Sono numeri elevati che possono riflettere sia una reale presenza di violenza, sia una maggiore emersione del fenomeno grazie alle campagne di sensibilizzazione (le denunce in aumento possono indicare più fiducia nel denunciare). 

Colpiscono nuovamente i dati sull’età degli autori riportati dal Tribunale di Milano: quasi Ia metà degli imputati per reati di genere a Milano ha tra i 18 e i 45 anni, circa 1 imputato su 5 ne ha tra i 18 e i 25, segno che la violenza non è solo retaggio di generazioni più anziane, ma riguarda anche i giovani adulti. Questo dato allarmante sottolinea ulteriormente l’urgenza di interventi preventivi fin dall’adolescenza.

Il quadro che emerge, in Italia e nel territorio milanese, mostra quanto sia urgente rafforzare gli strumenti educativi e di prevenzione all’interno dei territori. In questa direzione si inserisce la scelta assunta nel gennaio 2024 dalla Conferenza Unificata Stato-Regioni, che ha approvato un’Intesa che include l’educazione all’affettività tra le azioni strategiche del Piano nazionale per la prevenzione ed il contrasto alla violenza di genere. Con questo atto, le regioni – Lombardia compresa – sono state impegnate a promuovere progettualità specifiche nelle scuole

La politica del Governo 

Nonostante i dati preoccupanti, le politiche nazionali sembrano muoversi in direzione opposta. La proposta di legge sul consenso informato nelle scuole, il cosiddetto DDL Valditara, rischia di restringere ulteriormente gli spazi per l’educazione sessuale e affettiva

Il testo prevede infatti il divieto di questi percorsi nelle scuole primarie e, dopo un emendamento approvato nel 2025 in Commissione Cultura, che oggi risulta essere stato ritirato, doveva essere vietata anche nelle scuole medie. Nelle scuole superiori, invece, i corsi sarebbero consentiti solo previo consenso scritto dei genitori e con l’obbligo di approvazione preventiva dei contenuti, materiali e formatori. Nel caso in cui i genitori non approvassero le proposte della scuola, agli studenti dovrà essere offerta un’attività didattica alternativa. Il disegno di legge esclude inoltre il coinvolgimento di figure esterne non accreditate dal Ministero, rendendo di fatto impossibile la collaborazione con professionisti, associazioni e ONG non accreditate ma che da anni svolgono un ruolo cruciale e attualmente difficile da sostituire. 

Dietro l’apparente tutela delle famiglie, c’è una resistenza più ideologica che sociale, che rischia di acuire le disuguaglianze circa l’accesso a questa materia, con alcuni ragazzi che potranno accedere all’insegnamento e altri no, in base alla scelta genitoriale o della scuola.

Il rischio è un vuoto educativo ancora più profondo, anche tra i territori, creando frammentazione su quella che è una sfera che mira a educare alle relazioni affettive e sessuali, per il bene di tutte le persone. Eppure, per alcuni permane l’idea che l’educazione sessuo-affettiva debba rimanere responsabilità esclusiva dei genitori e qualsiasi intervento scolastico senza consenso familiare è talvolta osteggiato come indebita ingerenza. 

Sicuramente, uno degli spazi in cui è ritenuto utile che avvenga l’educazione sessuale e affettiva è quello familiare poiché un dialogo aperto e informato tra genitori e figli sin dall’infanzia è osservato che riduca il ricorso ad altre fonti d’informazione che rafforzano stereotipi e disinformazione, come riportato sempre dalla ricerca di  Save the Children-IPSOS (2025) precedentemente menzionata. Tuttavia, anche con le migliori intenzioni, nelle famiglie questo scambio non è sempre detto che avvenga (circa solo il 7% ne parla a casa) e le famiglie non sempre dispongono degli strumenti o delle conoscenze per affrontare adeguatamente l’argomento e possono inconsapevolmente perpetuare modelli culturali sbagliati. Basti guardare i dati demografici sulla violenza di genere in Italia negli ultimi anni, i quali ci mostrano età che spesso appartengono a due fasce: persone o molto giovani o d’età media, come se coinvolgessero in egual misura sia i ragazzi che chi è già in età genitoriale. Ciò si può considerare esemplificativo di quanto la pretesa che i soli genitori siano responsabili dell’educazione dei figli su questi temi sia fallace.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Milano: un cantiere con lavori in corso

In Italia, dunque, l’educazione sessuale e affettiva non è una materia obbligatoria nel curriculum scolastico. Questo fa sì che i progetti locali dipendano spesso dall’iniziativa dei singoli istituti o da interventi esterni di enti sanitari e associazioni. E questo è anche il caso di Milano. 

A maggio 2024, il Comune di Milano ha siglato formalmente l’attuazione di un programma di educazione sessuale e affettiva per le scuole superiori. Il programma rimane facoltativo, in quanto è offerto a tutti gli istituti che volontariamente aderiscono. Quante scuole hanno aderito? Che tipo di impatto ha avuto questa iniziativa?  

Denominato “A scuola a luci accese”, questo progetto è stato avviato nel 2023, in partenariato pubblico-privato con l’azienda Durex. 

Prevede 6 ore di laboratori in orario scolastico (suddivise in 3 incontri tenuti da psicologi, sessuologi ed educatori della onlus Ala Milano). A ciò si aggiunge l’offerta di una piattaforma digitale con materiale informativo rivolta ai genitori, per coinvolgere le famiglie e supportarle nel dialogo con i figli.

Nonostante l’entusiasmo iniziale, l’impatto del programma è da verificare. Durante la nostra ricerca, non siamo riusciti a raccogliere un quadro esaustivo: tra i diversi istituti di scuole superiori che abbiamo contattato, nessuno conosceva il nome del progetto, seppur venisse comunque attuato un piano di educazione sessuo-affettiva all’interno delle loro scuole. È plausibile che il nostro campione non abbia intercettato gli istituti che, secondo i dati resi noti dall’Osservatorio “Giovani e Sessualità” di Durex, figurano tra i 43 coinvolti nel programma dal 2023 a oggi, sui 124 licei totali nel Comune di Milano. Va inoltre considerato che il piano è operativo solo da qualche anno e potrebbe richiedere più tempo per consolidarsi, strutturarsi compiutamente e diventare davvero riconoscibile all’interno delle scuole. 

Sarebbe tuttavia importante raccogliere dai licei e dagli studenti direttamente coinvolti, una valutazione dell’impatto del programma e dei possibili ambiti di miglioramento. 

Sotto questo aspetto, attendiamo anche con grande anticipazione il risultato del lavoro svolto da UDS (Unione degli Studenti) insieme ad ActionAid – che ha visto anche un laboratorio nel novembre di quest’anno (2025) presso LatoB (Viale Pasubio 14, Milano) – per costruire un questionario sulla violenza di genere nelle scuole: un progetto mirato a raccogliere le idee e le esperienze dirette delle studenti per sviluppare un percorso di educazione sessuo-affettiva autenticamente fondato sui loro sogni e bisogni.

Università e prevenzione

Seppure l’iniziativa del Comune sia rivolta alle scuole superiori, anche nelle università di Milano sono in crescita iniziative in questa direzione, con diversi istituti terziari che, spesso su sollecitazione degli stessi studenti, organizzano incontri su temi quali il consenso, le relazioni, i sentimenti e la violenza di genere. 

Tuttavia, la frammentarietà sembra caratterizzare anche il livello universitario. Negli atenei milanesi sono state promosse diverse iniziative dal basso: all’Università Statale è attivo lo sportello “Ad alta voce”, nato nel 2018 su richiesta del corpo studentesco, in collaborazione con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli. Lo sportello offre ascolto, orientamento e supporto a chi ha subito violenza fisica, psicologica o economica, dentro o fuori l’università. Ma seppure l’apertura dello sportello è stata una conquista, crediamo non basti: uno sportello non previene, risponde. La prevenzione si fa con l’educazione, con formazione, corsi e sensibilizzazione diffusa. 

Anche all’Università Bicocca, negli ultimi anni, si sono moltiplicati gli incontri sul consenso e sulle relazioni. In particolare, si sono susseguite diverse iniziative significative, come progetti di ricerca e cicli di seminari interdisciplinari. Seppure importanti, il tutto appare però episodico e senza un’impostazione sistemica, mirata a educare tutti gli studenti di ogni grado.

Una direzione auspicabile è che nelle università milanesi siano creati momenti di confronto, promossi dal corpo studentesco per gli studenti (“peer to peer”), come avviene, per esempio, in oltre un terzo delle università britanniche, ma anche in diverse università in Olanda e Germania, dove gli studenti sono invitati a frequentare corsi o laboratori su educazione affettiva, sessuale e al consenso, all’inizio dei corsi di laurea triennale, magistrale o di dottorato.

Questi percorsi risultano ancora più significativi se si considera l’età già matura degli studenti universitari e le dinamiche tipiche di questa fase della vita, in cui molti iniziano a vivere relazioni più autonome, intime e complesse. In questo scenario, risulta evidente l’importanza di un’educazione affettiva focalizzata sul consenso, proprio in questa fascia d’età. L’assenza di un’educazione di questo tipo, come elemento integrato nell’educazione sessuo-affettiva, è quindi, di una comprensione comune della sua definizione linguistica, culturale e giuridica, genera spesso una difficoltà nel riconoscere il significato di comportamenti lesivi, pressioni e violazioni, che non vengono identificati come tali – né da chi li agisce né chi li subisce. Quando questa base manca, il rischio è quindi duplice: da un lato, chi li agisce può non rendersi conto della propria responsabilità e non cambiare; dall’altro, chi li subisce non sempre è consapevole di ciò che sta vivendo e non riuscire a reagire. 

Buone pratiche: AIED

Per comprendere come iniziative efficaci possano essere adattate al contesto milanese e quali strumenti risultino realmente utili nel promuovere un’educazione affettiva e sessuale accessibile, abbiamo avuto modo di intervistare la Dottoressa Giorgia Mattavelli, vicepresidente dell’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (AIED), un consultorio familiare attivo a Milano fin dal 1953.

L’obiettivo dell’associazione è promuovere una procreazione responsabile e sicura, ma anche una sessualità libera, consapevole e basata sul rispetto reciproco. Ogni anno AIED porta i propri percorsi in circa 7/8 scuole secondarie sul territorio milanese (e una scuola primaria), per un totale di circa 1400/1500 studenti. I progetti di educazione alla sessualità e all’affettività affrontano sia temi sanitari, quali il ciclo mestruale, la contraccezione, le malattie sessualmente trasmissibili e la gravidanza, sia aspetti più relazionali, come il concetto di consenso, gli stereotipi di genere e i rischi potenziali dei social e delle nuove tecnologie. 

I ragazzi si mostrano generalmente curiosi e partecipi. Anche nelle classi inizialmente piú chiuse ed inibite, la creazione di un ambiente accogliente e sicuro in cui poter parlare liberamente di queste tematiche favorisce progressivamente la partecipazione. Ciò che emerge è che, nonostante abbiano accesso a una grande quantità di informazioni online, gli studenti traggono ancora grande beneficio dalle discussioni in gruppo in cui condividono prospettive diverse e si confrontano per cercare di dare un senso comune a ciò che conoscono. Il valore dei progetti AIED, quindi, non risiede solo nella trasmissione di nozioni, ma anche, e soprattutto, nella co-costruzione di significati intorno all’esperienza affettiva e sessuale. I ragazzi, infatti, mostrano sì interesse per aspetti piú “tecnici” come la contraccezione e la tutela della salute ma vogliono spesso parlare di consenso, comunicazione e gestione delle emozioni: come si vive una relazione, come la si costruisce e come ci si prende cura di sé e dell’altro. 

La Dottoressa Mattavelli ci riporta come il tema del consenso sia uno dei piú sentiti: gli studenti dimostrano una certa consapevolezza, ma allo stesso tempo la necessitá di costruire un linguaggio comune su cosa significhi davvero “chiedere”, “accettare”, “fermarsi”. Un’altro tema centrale riguarda le dinamiche di coppia, in particolare i ragazzi vogliono capire come stare in una relazione romantica, come affrontare difficoltà di coppia, le rotture e fenomeni come il ghosting e l’orbiting.

Per quanto riguarda gli aspetti piú strettamente legati alla sfera sessuale, gli studenti citano spesso la “prima volta” insieme alle aspettative e alle paure che la accompagnano. In particolare, le ragazze esprimono timori legati al dolore fisico, mentre da parte di tutti emerge dell’ansia da prestazione legata alla paura di non essere “all’altezza” o di mostrarsi vulnerabili. Questi vissuti si intrecciano con la sfera dell’autostima e con il confronto costante con gli standard imposti dai coetanei, ma soprattutto dai social network. Sul fronte delle nuove tecnologie, i corsi AIED dedicano molta attenzione al sexting, alla condivisione non consensuale di immagini intime e alle dinamiche di esposizione sui social, con l’obiettivo di sfatare falsi miti e promuovere consapevolezza rispetto alla tutela della privacy e al consenso digitale.

Infine, i progetti toccano anche tematiche legate all’identitá di genere e all’orientamento sessuale, dove molte classi mostrano familiaritá con i concetti e la terminologia legati al mondo LGBTQ+. Mentre le conoscenze riguardo ai metodi contraccettivi e ai rischi dei comportamenti non protetti appaiono spesso frammentarie e confuse. In questo senso, gli interventi mirano a fornire informazioni chiare e scientificamente fondate, integrandole con uno spazio di dialogo in cui i ragazzi possano fare domande, esprimere dubbi e mettere in discussione stereotipi e pregiudizi.

Una costante che attraversa tutti questi incontri è la difficoltà di dialogo con i genitori, a conferma di quanto la narrativa del Governo secondo cui a occuparsi di questi temi debba essere solo la famiglia sia, nei fatti, parziale e distante dalle reali necessità dei ragazzi. I percorsi di AIED mostrano chiaramente come gli adolescenti abbiano bisogno di luoghi di parola in cui poter mettere in discussione ciò che vivono, dare un significato alle proprie esperienze, oltre che ricevere informazioni corrette e aggiornate.

Questo lavoro richiede continuità, percorsi coinvolgenti e liberi dal giudizio, che attingano a competenze specifiche, formazione adeguata e, soprattutto, fiducia nella capacità delle nuove generazioni in grado di prendersi cura di sé e degli altri.

Se è vero che l’Italia ha un bisogno urgente di colmare il divario educativo su questi temi, è altrettanto vero che non può più farlo ignorando i dati e le evidenze che emergono dai territori: dove partirà, rispetto e consenso non sono solo delle parole da imparare, ma un modo di stare nel mondo, pratiche quotidiane che attraversano le relazioni, il linguaggio, la cura.

Verso un futuro da costruire insieme

Gli esempi citati, sebbene frammentati, indicano una crescente consapevolezza: educare all’affettività e alla sessualitá significa anche prevenire la violenza. Parlare di emozioni, relazioni, rispetto e limite non é un “di più” rispetto alla prevenzione, ma ne è una componente fondamentale.

L’auspicio per Milano è che i programmi di educazione sessuale-affettiva non restino iniziative isolate, affidate alla buona volontá di singole scuole o singoli professionisti, ma diventino parte strutturale dell’offerta formativa. Nel lungo periodo, percorsi continui e ben strutturati possono contribuire a ridurre quegli indicatori di violenza che oggi appaiono così preoccupanti e a formare una nuova generazione più consapevole, empatica e libera dalla cultura della violenza. 

In questa prospettiva, l’educazione sessuo-affettiva e al consenso non è solo trasmissione di contenuti, ma un tentativo di offrire strumenti teorici e pratici per vivere al meglio le proprie relazioni: lavorare in tal senso significa costruire abitudini e comportamenti sani dentro e fuori la scuola, aiutando i ragazzi ad affermare la propria soggettivitá, i propri desideri, la propria identitá e i propri confini. È un investimento non solo sui i singoli, ma sulla qualità delle nostre comunità educative e, soprattutto, sulla società che vogliamo essere.

 

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